Quando fuori piove in ufficio c’è un gran silenzio. Di quelli che invece che stare muti e basta, poi invece fanno solo un gran fragore che ti rimbomba in testa.
E’ come un liquido amniotico di tastiere, clic e ringring.
Quando fuori piove in ufficio c’è un gran silenzio. Di quelli che invece che stare muti e basta, poi invece fanno solo un gran fragore che ti rimbomba in testa.
E’ come un liquido amniotico di tastiere, clic e ringring.
C’è un post che scrissi nel 2004 a cui sono particolarmente affezionata. Nonostante gli anni, ancora lo sento vicino a me.
Oggi ho reincontrato il soggetto di quelle parole, la donna in blu. Perchè me la ricordi ancora quella donna dopo oltre due anni, non lo so bene. Bè, sul thisriver, fu un caso. Uno dei post con più commenti, o con più bei commenti. Ma poi, fu anche il primo caso di osservazione sociale che io ricordi su me stessa. Una sorta di etnografia mobile. Mi piaceva, soprattutto sul bus, ascoltare nelle cuffie e immaginare la vita che si nascondeva dietro agli sguardi e alle mosse personali della gente.
Solo una donna che leggeva un libro. Proprio niente di particolare. Un giallo di lega popolare con copertina morbida, di quelle della quinta o sesta edizione. Leggeva questo libro su un autobus di linea, il più banale: l’uno. Ed era vestita in blu. Si, aveva un perfetto tailleur blu. Stirato. Con i bottoni color oro e una spilla bon ton di oro giallo. Doveva badarci molto a queste cose perchè aveva anche un collier di perle blu, ma dubito fossero zaffiri. Avevano un colore troppo pieno, tondo, grave. Uguale al colore di due perle ai lobi. Anch’esse blu. Credo avesse anche due decoltè blu, ma non ci pensai a guardare. Leggeva un libro questa donna. In piedi, mentre il traffico costringeva il motore a ingranare e sgranare marcie, mentre la gente spingeva e si spostava nevrotica. Con una mano teneva il libro aperto. Con l’altra si teneva alla colonna gialla. E nel suo Beabourg mobile leggeva. Nel più elegante degli equilibri sulle sue decoltè probabilmente blu. Col volto sorridente. Con i capelli ordinati da una piega appena fatta. Mi chiedevo come facesse la donna blu a isolarsi nella lettura in mezzo a tutta quella gente. A non sentire strattoni, colpi. A non dover interormpere la lettura tra le braccia che passavano sopra le pagine per cercare un appiglio.
La donna blu. Solo una donna che leggeva un libro. Senza pretese.
suona: 30 seconds to Mars – Oblivion
Postato da: bliyrskel il 23 settembre 2004 alle 16:18 | categoria: Logorrea
Di recente ho ripreso a osservare. Sembra strano, ma ad osservare in quel modo non ero più abituata.
E osservando ho spesso rivisto la donna in blu. Che ora veste a caso, legge Gente o Chi, brama un posto a sedere su un autobus di linea spento nei colori e spinto nel traffico. Così, ho offerto mio il posto alla signora spaiata. Lei non ha colto nei miei occhi la gratitudine di avermi iniziata all’osservazione peculiare, minuziosa. Sdeganta ha rifiutato, per poi rincorrere un pezzetto di libertà a gambe chine poco più in là qualche minuto dopo. Mi è sembrato che tutto potesse cambiare, e che le nevrosi, le note, i capillari pregi che avevo ontologicamente tassonomizzato fino a quel momento fossero aria nei pugni.
Ho ripreso a osservare così, in seguito a un progetto fotografico con un’amica. Ricostruisco persone, relazioni osservandoli nascosta da cuffie bianche a rasovolume, quanto basta per una colonna sonora. Giorno dopo giorno conosco le persone nei loro passi, nei cambi di abbigliamento, nelle pratiche costanti più di quanto loro non si accorgano di fare.
Ho un paio di percorsi prestabiliti con un delta di orario funzionali a certe mie altre attività quotidine (tipo il lavoro), ma mi concedo qualche variazione su tema.
Ieri ho visto un bambino giocare da solo con una palla rossa in una traversa di una delle due piu note vie commerciali di Genova. E ho riconosciuto un’altra persona pranzare ad un tavolino. Oggi sono ripassata. La signora era nello stesso posto, digeriva il suo pasto attendendo il caffè. Stesso orario di ieri più o meno, stesso tavolo, stessa fase. Il bambino giocava con la palla rossa contro lo stesso cancello, sempre da solo, e sempre con lo stesso sorriso.
Mi sono chiesta se siamo noi uomini ripetitivi o c’è una sottile grazia poetica in tutto questo. Sto leggendo la grammatica di Dio di Stefano Benni. L’ho presa come Bibbia e cerco di tracciare un profilo visivo della grammatica di Genova, ecco.
Aspettavo l’ispirazione. Sono passati giorni, e la neve si è sciolta. Ma le sensazioni no, quelle no. Come il sorriso di chi crede di fare una follia, ne è pienamente consapevole, e non vuole che affondarci dentro.
Bè, come follia, come colpo di testa non è notevole. Ma si dice che anche il più lungo dei viaggi inizi da un solo passo. Così, ho guardato con curiosità chi vestiva moonboot viola dove ancora non era necessario. Dove la neve aveva sfiorato l’asfalto senza per questo rimanerne rapita. E poi ho scoperto che saliva sullo stesso mezzo pubblico che mi avrebbe portata da lì a poco al luogo di lavoro, in anticipo per un caffè vicino alla neve. Lì sì che c’era davvero, ma poca, non abbastanza per giustificare moonboot viola, tutto sommato ancora fuori luogo. E così l’autobus, più goffamente della signora, vestiva i suoi moonboot. E sembrava un gigantebuono obbligato a vestire le bretelle per tenere su i suoi grandi pantaloni.
Il trucco di volere poesia, tutta assieme e di botto, sta nel cercare un film al posto della propria vita. Al costo piuttosto comune di sembrar matti.
E così me ne stavo seduta sulle spalle del mio gigante buono che poverino zoppicava con le sue bretelle ingombranti e poco utili, ancora. Poi a ridosso dell’ufficio, ma anche della mezz’ora poco abbondante che mi avvicinava al mestiere, guardo in alto, vedo neve tra palazzine liguri colorate. Guardo l’ora. Chiedo alla signora dei moonboot viola quanto separa lì al capolinea di quell’autobus. Lei mi dice dieci minuti, un quarto d’ora al massimo con questo tempo. Io le credo. Guardo l’ora tanto da contare i secondi. Sento di voler salire, di voler vedere la neve e il mondo dall’alto e poi tornare giù, in tempo per fare il mio dovere. Mica lo sapevo dove stava il capolinea, immaginavo, erroneamente fosse poco più in alto. Mica lo sapevo che stava a trecento metri sul livello del mare, in un paese ben lontano da quella che doveva essere la destinazione.
Mentre salivo vedendo cambiare il paesaggio, io sorridevo. Abbastanza per incuriosire i miei compagni di viaggio, inconsapevoli di contare più di sconosciuti. Sorridevo con un perchè solo mio . Interrotta a sprazzi dal dubbio di chi non sa dove sta andando. Ritornando subito a sorridere, con la certezza che non si va mai cosi lontano come quando non si sa dove si sta andando. Che non lo sai, fino a che non ci sei.
Così sono salita fino in cima, scendendo giù con lo stesso gigante buono, dopo aver visto cambiare il tempo più di quanto non cambi dal nord al sud. E assistita dal destino che protegge le scelte di audace e inconsapevole entusiasmo sono tornata nel mio ufficio in anticipo, quel tanto che serviva a scaldare arti infreddoliti e sorrisi infuocati.
Il passo del Faiallo è uno dei percorsi più panoramici del ponente genovese, dico io. Che in ventiquattro anni probabilmente non c’ero mai stata. Si tratta di un valico dell’Appenino Ligure che raggiunge e supera di poco i mille metri sul livello del mare, che però continui a vedere laggiù, lontano, ma pronto a rassicurarti di esserci e vederti. Da noi di Genova, ci arrivi andando verso il Turchino. Lui, il Faiallo, dal suo eremo lungo e tortuoso si bulla del Turchino, forte della sua popolare, audace, storica galleria monosenso regolata da un semaforo che ha più anni di tutti i motociclisti finora passati per di lì che ti porta in un batter d’ali a vedere vicino il basso piemonte. Bè, il Faiallo invece regala ogni tipo di colore, dall’alba al sole pomeridiano, alla nebbia dell’imbrunire, al tramonto lontano. Forse perchè una volta vi passava un’antica via del sale.
Di giorno, d’inverno, vedi il mare e le nuvole tagliare le montagne che scollinano convergendo sempre alternandosi. Di notte, la vedi tutta. Genova dall’alto e da lontano. Se guardi bene riesci a vedere anche il faro della Lanterna. Potresti anche stare lì per ore, solo a guardarla dall’alto. Nella sua malinconica semimobilità. Lei vicina a meno di un’ora di auto, così lontana nei rumori, nei movimenti, nei gesti. Luccica, si riflette sulle nuvole che si condividono i monti e il mare.
Da lì, da dove si guarda, regna il silenzio. Sei in grado di conoscere tutto: le poche luci che vedi, le poche persone che abitano queste lunghe valli. Quelle che ne fanno visita, tra i loro fendinebbia, fari, e anabbaglianti. Ma sei in grado anche di riconoscere chi si muove a passo d’uomo. Che nel silenzio, senti cric e croc della neve rimbalzare tra le roccie e le foglie tanto incastonate di ghiaccio da sembrar gioielli.
Io non credevo. Io che sono una fervida cittadina della city. Ma se mai dovessi ritenere di volerela pace della natura non potrei che scegliere questo posto.
Ascolta. Sulle note di Ascolta fotograferei. Così come lui, Lui, Ludovico. Einaudi. Lui ti fotografa la vita.
Fotograferei la pelle scura, oliva, ma chiara, di quelle che quando la luce le colpisce digradano da ogni colore fino al nero e ti chiedi perchè. Io me lo chiedo.
Sarebbe banale. Con una sedia, bianca, barocca, rotonda, ma piena di spigoli. E un drappo verde, che lo sai perchè. Ma fotograferei la tua luce, un braccio sulla fronte, un corona che ti casca in testa. Non chiedermi il perchè. A chi me l’ha chiesto, io non ho mai saputo rispondere.
Ho solo sempre e solo premuto. Clic. Clic. Swink. Come le note di un piano, quelle che veloci si susseguono, e non si accavallano mai.
Quelle che compongono le melodie, come io componevo un numero. Un numero che non esiste. Chissà perchè poi? Perchè non esisti più te? Non esisto più io. Non esistiamo piu, e il passato, altro che siamo noi.
Fotograferei, davvero se potessi lo farei. Per sempre, perchè potesse non sfuggire più. Anche se comunque non basterebbe. Forse. I colori, quelli che scorrono nelle vene. Accesi come il sangue, rossi come il sangue, rossi come i capelli. Aguzzi come le unghie, come gli occhi, come le parole, come i ricordi. Sottili, rochi, come la voce. Morbidi. Come i gatti. Ricolmi di cura pieni a stremare, come i cani.
Come la ghiaia. Informe.
Che ti fa scavare.
Di riflessi.
Come le nespole, che io non ho mai mangiato.