Avevo una specie di draft qui su WordPress, una bozza di idee e cose poco organiche. Il dopo New York, desideravo parlare delle emozioni che New York ti tira addosso, ma anche di cosa a New York si potesse fare. E’ tutto rimasto un po’ nella mia testa, un po nelle pile di articoli-guide-scontrini-e-appunti che volevo organizzare per tracciare una New York in quattro giorni. Poi, un po’ che a stendere guide organizzate sono poco pratica, che alla fine preferisco sempre andare a braccio, un po’ che interiorizzando il distacco verso quella città in cui improvvisamente avrei sognato di tentare qualcosa, me ne sono quasi allontanata, tutto è rimasto qui fermo. Ieri però vedo la nuova puntata di Ugly Betty, direttamente da ABC, come un fulmine ho ritrovato quelle emozioni, quelle che ti da la city soprattutto vista dall’alto.
Una scena che mi commuove, e lo fa ancora riguardandolo per la decima volta. Non so se emoziona solo me, che seguo Betty, o che mi rendo sensibile su questo. Più che per Betty, per l’algida Wilhelmina. Lei che come Miranda Presley è stupenda e non si lascia confondere dai sentimenti, decide di concedersi una silenziosa empatia (sui sentimenti e sugli uomini). Prova qualcosa per una persona, non lo ammette, ma sotto quella scorza rigida che tiene ovunque e che spaventa tutti, improvvisamente soffre, di nascosto e in silenzio. E poi arriva Betty, per caso. Che sparirebbe, con il suo dolore altrettanto grande. Ma benchè non siano amiche, anzi, questa condizione di empatia le unisce in quel incontro cosi assurdo e dunque cosi vero e umano. Cosi si mettono li, con una birra e New York sotto che scorre, è stupendo. Silenziose, perchè tanto è New York che da lassù parla per loro.
Già, New York.
(La canzone stupenda è Look di Sebastien Tellier)
Appartieni a NY istantaneamente. A volte non te ne rendi conto subito, perchè paradossalmente ti avvolge di infinita naturalezza. In realtà, almeno per un europeo, non è certo naturalezza quella che sta dentro a NY. E’ una cosa più preziosa, è l’orgoglio, il possesso, il controllo. NY, e NYC soprattutto, è qualunque cosa tu possa immaginare, e ne è consapevole e perciò, è del tutto naturale.
What’s wrong? E’ tutto staffacciatamente naturale.
Arrivi a NYC perchè te lo dicono, è quel genere di posti che evocando se stesso rimanda al meglio. Un luogo comune, spesso, forse, ma alla fine lo sai, lì troverai tutto quello che volevi. Non lo sai neanche precisamente cosa cerchi, ma sai che se arrivi lì, lo scopri e trovi anche di meglio.
Ero emozionata sul taxi che dal JFK mi portava a Manhattan. Guardavo fuori, divorando tutto. Il tassista era simpatico, mi hai chiesto da dove venivo e ha parlato un po (quello del ritorno ha acceso il navigatore nel display dei posti passaggeri e ha contato denaro per tutto il viaggio..).
Cos’ho pensato quando sono arrivata lì? Bè i primi due giorni non è che fossi già innamorata. Insomma, non è certo Roma, non è certo il Kenya, lì arrivi e rimani abbagliato dall’arte o dallo spettacolo della natura.
In qualche modo, io mi sono sconvolta dal primo istante, che New York è una citta verticale, dicono di guardare sempre in alto a proposito. Che ci sono un sacco di belle cose lassù, che girando a testa bassa ti perderesti. Ma fin dal primo istante io mi sentivo alla stessa altezza. E paradossalmente non è stato il verticalismo a schiacciarmi improvvisamente, ma l’orizzontalità una volta tornata a casa. Già, che lo dicono, che quando lasci New York hai la sensazione di cadere fuori dal mondo.
Cosi New York la vivi, la vivi decisamente a piedi. Con scarpe comode e borse grandi, che non si sa mai. E l’ispirazione, quella è dovunque, just walk down. Downtown, West Village, Chelsea, Central Park, Brooklyn, lo Staten Island Ferry, il Crysler Building, Soho, il Metropolitan. E il fumo, e le persone, e tutto il resto.
E’ che di New York non è mica facile parlarne poi. Devi viverla.


