Di New York non puoi parlarne, devi viverla.

Leggi/commenta | Postato il 12 novembre 2008 | Categoria: World OST | Tag: , ,

Avevo una specie di draft qui su WordPress, una bozza di idee e cose poco organiche. Il dopo New York, desideravo parlare delle emozioni che New York ti tira addosso, ma anche di cosa a New York si potesse fare. E’ tutto rimasto un po’ nella mia testa, un po nelle pile di articoli-guide-scontrini-e-appunti che volevo organizzare per tracciare una New York in quattro giorni. Poi, un po’ che a stendere guide organizzate sono poco pratica, che alla fine preferisco sempre andare a braccio, un po’ che interiorizzando il distacco verso quella città in cui improvvisamente avrei sognato di tentare qualcosa, me ne sono quasi allontanata, tutto è rimasto qui fermo. Ieri però vedo la nuova puntata di Ugly Betty, direttamente da ABC, come un fulmine ho ritrovato quelle emozioni, quelle che ti da la city soprattutto vista dall’alto.

Una scena che mi commuove, e lo fa ancora riguardandolo per la decima volta. Non so se emoziona solo me, che seguo Betty, o che mi rendo sensibile su questo. Più che per Betty, per l’algida Wilhelmina. Lei che come Miranda Presley è stupenda e non si lascia confondere dai sentimenti, decide di concedersi una silenziosa empatia (sui sentimenti e sugli uomini). Prova qualcosa per una persona, non lo ammette, ma sotto quella scorza rigida che tiene ovunque e che spaventa tutti, improvvisamente soffre, di nascosto e in silenzio. E poi arriva Betty, per caso. Che sparirebbe, con il suo dolore altrettanto grande. Ma benchè non siano amiche, anzi, questa condizione di empatia le unisce in quel incontro cosi assurdo e dunque cosi vero e umano. Cosi si mettono li, con  una birra e New York sotto che scorre, è stupendo. Silenziose, perchè tanto è New York che da lassù parla per loro.

Già, New York.

(La canzone stupenda è Look di Sebastien Tellier)

Appartieni a NY istantaneamente. A volte non te ne rendi conto subito, perchè paradossalmente ti avvolge di infinita naturalezza. In realtà, almeno per un europeo, non è certo naturalezza quella che sta dentro a NY. E’ una cosa più preziosa, è l’orgoglio, il possesso, il controllo. NY, e NYC soprattutto, è qualunque cosa tu possa immaginare, e ne è consapevole e perciò, è del tutto naturale.
What’s wrong? E’ tutto staffacciatamente naturale.

Arrivi a NYC perchè te lo dicono, è quel genere di posti che evocando se stesso rimanda al meglio. Un luogo comune, spesso, forse, ma alla fine lo sai, lì troverai tutto quello che volevi. Non lo sai neanche precisamente cosa cerchi, ma sai che se arrivi lì, lo scopri e trovi anche di meglio.

Ero emozionata sul taxi che dal JFK mi portava a Manhattan. Guardavo fuori, divorando tutto. Il tassista era simpatico, mi hai chiesto da dove venivo e ha parlato un po (quello del ritorno ha acceso il navigatore nel display dei posti passaggeri e ha contato denaro per tutto il viaggio..).
Cos’ho pensato quando sono arrivata lì? Bè i primi due giorni non è che fossi già innamorata. Insomma, non è certo Roma, non è certo il Kenya, lì arrivi e rimani abbagliato dall’arte o dallo spettacolo della natura.

In qualche modo, io mi sono sconvolta dal primo istante, che New York è una citta verticale, dicono di guardare sempre in alto a proposito. Che ci sono un sacco di belle cose lassù, che girando a testa bassa ti perderesti. Ma fin dal primo istante io mi sentivo alla stessa altezza. E paradossalmente non è stato il verticalismo a schiacciarmi improvvisamente, ma l’orizzontalità una volta tornata a casa. Già, che lo dicono, che quando lasci New York hai la sensazione di cadere fuori dal mondo.

Cosi New York la vivi, la vivi decisamente a piedi. Con scarpe comode e borse grandi, che non si sa mai. E l’ispirazione, quella è dovunque, just walk down. Downtown, West Village, Chelsea, Central Park, Brooklyn, lo Staten Island Ferry, il Crysler Building, Soho, il Metropolitan. E il fumo, e le persone, e tutto il resto.

E’ che di New York non è mica facile parlarne poi. Devi viverla.

Bussana Vecchia, la storia.

Leggi/commenta | Postato il 21 ottobre 2008 | Categoria: Fotografia chiaccherona, World OST | Tag: , ,

Il mercoledi delle ceneri è il primo giorno della Quaresima, per i cristiani il primo giorno del periodo penitenziale. Quelli di Bussana si erano preparati bene, avrebbero osservato il digiuno, aspettando la Pasqua. Era il 23 febbraio del 1887 e Bussana era un paese abitato come tanti. Un paese su quelle che in Liguria chiamiamo un po’ alture, ma in fondo era il primo entroterra che si incontrava salendo dal mare di Sanremo. Abitato come tanti, ma con una storia e una struttura decisamente affascinante: a 8 km a nord est di Sanremo, Bussana era un borgo medievale, arroccato su una collina rocciosa circondata dalla macchia mediterranea

Alle 6.21 molti di loro erano nelle case, nelle strade, alcuni già nella chiesa. Ma crollò il tetto della chiesa, quasi tutti furono vittime, e le case, le case crollano rotolando nelle piccole crose le loro ferite. Era un terremoto, violento, che avrebbe per sempre segnato il loro destino e quello del paese. Venti secondi soli e il paese fu distrutto. Ci fu chi si accampo alle pendici della collina, volevano capire, recuperare, ricostruire. Ma fu una commissione, già ai tempi tesa a speculare sui beni immobiliari convinse tutti che no, la situazione era tragica, la pericolosità della zona ingente, che bisognava trasferirsi a valle. Le autorità imposero il loro potere ai contrari e due anni dopo venne posata la prima pietra di Bussana, quella che venne poi chiamata Bussana nuova. I dissidenti rimasero fino al 1894 al massimo, dopo di che il paese fu abbandonato, e prese il nome di Bussana Vecchia. I Bussanesi se ne andarono insieme a Dio nello stesso modo in cui un giorno erano stati privati della loro terra, celebrando la Messa. Divenne terra di nessuno, un deposito a buon mercato di materiali da stoccaggio prima, riparo degli immigrati meridoniali dopo la seconda grande guerra. Costoro vennero allontanati dall’amministrazione sanremese e per farlo venne imposta la distruzione forzata di ciò che rimaneva di Bussana, della vecchia Bussana.

Già non molti anni dopo in realtà alcuni artisti scoprono il villaggio. Clizia, al secolo Mario Giani, fonda una comunità che si stabilisce in un luogo decadente, di meravigliosa ispirazione. Insieme all’amico pittore Vanni Giuffrè, Clizia tenta nel 59 di sancire una Costituzione che regoli la vita del villaggio. Le rovine infatti non sono più di proprietà  di nessuno, chi vuole stabilirsi nel paese puo farle, dissero, purchè ristrutturi il proprio rudere con materiali esclusivamente presenti sul posto e ne usufruisca per sole finalità artistiche. Per subentrare a un inquilino che abbandonava la casa, bastava rifondergli le sole spese di ristrutturazione, se invece la casa fosse stata abbandonata per più di tre anni, sarebbe tornata alla comunità che ne avrebbe disposto nuova assegnazione. Ai tempi non era consentito vendere le proprie opere o aprire atelier sul posto. Gli abitanti di Bussana Vecchia stavano in un pugno, saranno stati una dozzina, e la costituzione funzionava. Smise di farlo quando agli abitanti parse inaccettabile dividere il proprio duro lavoro di ristrutturazione con l’intera comunità, ma risolsero ancora brillantemente, aprendo una galleria che raccoglieva le opere di tutti gli artisti del villaggio e mantenendo spazi comuni con l’apporto di tutti.

Clizia abbandonò il villaggio nel 1963, il paese nel frattempo era abitato solo stagionalmente, ma gli artisti crescevano e raggiunsero la trendina con il 68. Gli artisti e i liberi pensatori ora erano internazionali, a Bussana Vecchia non si parlava più solo l’italiano e il francese, ma anche l’inglese e il tedesco.

A quelli di Bussana Nuova, i cui padri si erano trasferiti nella città, tra i muri freddi e i fumi, non andava giù poi tanto. Lassù cominciavano invece le prime divergenze, il gruppo si divide, e poi nasce il primo atelier individuale. Quelli di Bussana nuova non si lasciano scappare l’opportunità, osteggiano la ripopolazione, fanno sgomberare nello stesso anno, quelli di lassù si ricompattano, per necessità, fanno barricata e il villaggio si ricompatta nonostante le tensioni. Gli stagionali non sentono la necessità di acqua corrente e corrente elettrica, di gallerie e atellier. Gli stanziali si. Sono gli anni settanta a dare un colpo di scopa ai problemi interni, la proprietà privata si delinea sempre più come una necessità, per quanto in netto contrasto con la costituzione iniziale. Il tutto mentre i nuovi “Amici di Bussana” cioè i discendenti di coloro che dalla vecchia giunsero alla nuova Bussana, ora volevano riappropriarsi dei propri spazi.

Il turismo si accorge di Bussana, è un turismo di èlite, ma gli stanziali sfruttano il mercato con opere artistiche e di artigianato, d’altronde loro devono contare su questi proventi. Nel 74 l’acquedotto si allaccia al paese e due anni dopo, di comune intento, viene fondato il Comitato del Borgo di Bussana Vecchia: riconosciuto ufficialmente dal comune di Sanremo e dall’amministrazione di Bussana Nuova, porta corrente elettrica, boom economico speculativo sul turismo e conseguente abbassamento qualitativo della produzione artistica. Se nell’82 Sanremo si interessa al luogo, non più villaggio, per ristrutturarlo, due anni dopo la Finanza stabilisce che gli edifici erano di proprietà dello Stato, gli abitanti avrebbero potuto comunque fare richiesta per attribuzione della proprietà per usucapione, ma la burocrazia fa il suo corso solo per pochi. La lotta si protrae ancora oggi, tra turismo e l’istituzione del Laboratorio Aperto, a colpi di decreti e carte bollate i residenti.

Oggi Bussana Vecchia è una meta di turismo ma non troppo, si riesce a passeggiare nei suoi carugi senza incontare anima viva, o incontrato solo gatti, cani liberi, e un vecchio lama. Conserva la sua struttura medievale, a pigna, e porta i bei segni dell’Ottocento che ha vissuto. La chiesa, distrutta, è visibile solo dall’esterno, in quanto pericolante, ma ancora visibili sono gli stucchi originali e il campanile simbolo del villaggio in quanto miracolosamente scampato al sisma.
E’ un luogo per lo spirito prima del corpo, della creatività, prima ancora del pensiero. Camminando si ha davvero la sensazione che sia stato fatto tutto il possibile, tra la speculazione e il necessario bisogno di progredire, per mantenere genuino il modus vivendi, pochi segni della tecnologia, pur presenti, molta ospitalità, poche persone per la strada (sono stata fortunata) con cui è piacere dare saluto, porte lasciate aperte e grandi risate da ogni giardino.

Il post è lungo, lo so, ma questa volta mi andava di fare cosi..

Tempo

Leggi/commenta | Postato il 13 maggio 2008 | Categoria: World OST | Tag: , , ,

Nortel Networks ha sponsorizzato un sondaggio condotto in Canada dall’istituto di ricerche di mercato Idc. Se doveste lasciare la vostra casa per 24 ore, cosa portereste con voi? Pare che la maggioranza, il 38% degli intervistati abbia risposto “il cellulare”.

Nortel è uno dei più grandi produttori di sistemi e soluzioni per le telecomunicazioni nel Nord America e così, tramite questo sondaggio, mirava a scoprire il livello di iperconnessione. Vengono considerati iperconnessi i lavoratori che utilizzano almeno sette dispositivi per il lavoro o per l’uso personale, in aggiunta naturalmente ad almeno nove applicazioni di connessione (social network, messenger, web conference, etc). Con buona pace dei cinesi*, iperconnessi – secondo l’Istituto di ricerca – ai livelli più alti, i canadesi sarebbero i meno interconnessi, in compagnia degli Emirati Arabi.

Il Canada insomma, con il suo 36%, è un “sempre più connesso”. E Nortel investe.

Io comunque, avrei portato il mio acciaccato, ma sempre luminoso, Zen Micro. Avrei infilato le cuffie nerefuorimoda con i bassi amplificati, caricato le mie musiche preferite, vagato senza orario, senza limiti e senza crimini. Per trovarmi in spiaggia, o su un molo, o su qualche spianata di Genova a guardare il mondo dall’alto trafficare per trovare altro tempo. Avrei memorizzato i miei mille appunti di ToDo e ToThink e ToReview, e avrei pensato solo a Me. E’ da molto che cerco di trovare un metodo al tempo e allo spazio.

E se qualcuno mi avesse chiesto di passare 24 ore fuori casa senza nulla sarebbe stata solo che una benedizione.

* in questi giorni di disastro ambientale e umano, mi sembra di peccare di insensibilità nel nominarli in modo cosi invano.

La Storia

Leggi/commenta | Postato il 5 aprile 2008 | Categoria: Fotografia chiaccherona, World OST | Tag: , ,

HISTORY

C’è una villa dei pallavicini a Genova, Genova Pegli. Che per entrare paghi tre euro e trenta, poi però ti bloccano tre quarti di villa perchè i soldi per ristrutturare non li hanno piu, da vent’anni. Forse piu. Allora non puoi fare altro che scavalcare uno di quei due cancelletti che ti guardano e scopri un mondo. E non è qui sede per dirvi del castello, dei chioschi, degli altari, o della giostra dell’800 tra alberi carbonizzati dall’incendio di qualche mese fa, e tra un pezzo di natura e l’altra che a modo suo se la vive questa villa. In tutto questo gli urban love che resistono. al tempo, al marmo, all’erba e anche all’incendio. E così leggi e chissà se Roby che era gay nell’82 ha preso poi l’aids e se achita che nel
91 era la vita di non so chi, lo è ancora. o se Poggioni Giovanna che amava e sperava nel 69 è ancora viva e chissà dove vive. Ci posi una mano su come se potessi respirarci 40 anni di urban love, come se quelli fossero diversi dai muri nelle strade che fai ogni giorno. Ci posi la mano perchè LI’ c’è una storia incontaminata. Che ha resistito, è stata protetta ed è stata ricercata. Col coltellino, nel marmo o nel legno, col pennarello superuniposka. E’ rimasta lì in un posto splendido dove c’è la storia dell’800, di quella
luigina pallavicini che cadde da cavallo e che foscolo le scrisse la poesia, c’è la storia di turchia, grecia e italia. E poi tra una cosa e l’altra, ci sono gli anni grigi e di piombo. Tra una cosa e l’altra ci sono sempre gli urban love. Che resistono.

(Flickr by bliyrskel on 4 Nov 05, 12.56PM CEST)

Shall we love

Leggi/commenta | Postato il 26 marzo 2008 | Categoria: World OST | Tag: ,

Se una sera alla televisione danno “shall we dance” e tu esci di casa e il pianerottolo è un tripudio della stessa voce metallica, della stessa musica, significa che, per quanto lo si nasconda, abbiamo tutti troppo bisogno di amore?

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