Randy Pausch e la sua “Last Lecture”

Leggi/commenta | Postato il 11 luglio 2010 | Categoria: Gente che ne sa: cose e parole | Tag: ,

“L’esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi”.

Randy Pausch (Baltimore, 23 ottobre 1960 – Chesapeake, 25 luglio 2008) è stato nominato “Persona dell’anno” dall’emittente americana ABC il 21 settembre 2007 nel corso del programma “World News with Charles Gibson”.

RandyPausch

“Quando sbagli chiedi scusa! Una buona scusa è formata da tre parti: “Mi dispiace”; “Era colpa mia”, “Cosa posso fare per rimediare”? La maggior parte della gente salta la terza parte; è da questo che puoi capire chi è sincero”.

Era un professore di informatica, interazione umano-computer e design presso la Carnegie Mellon University (CMU) di Pittsburgh, Pennsylvania. Nel settembre 2006, gli fu diagnosticato un cancro del pancreas metastatizzato; sottoposto ad intervento chirurgico palliativo e chemioterapia, è rimasto attivo e vigoroso fino alla fine del 2007. Prima di ritirarsi con la sua famiglia tenne la sua “Last Lecture” che ha avuto la capacità di attirare su di sè grande attenzione da parte dei media internazionali ed è diventata un vero e proprio successo su internet con oltre un milione di visualizzazioni nel primo mese dalla sua uscita.

“Ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura ci teniamo. I muri di mattoni sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri”.

La lezione si intitolò “Realizzate i Vostri Sogni d’Infanzia” (“Really Achieving Your Childhood Dreams”) in seguito ad una serie di lezioni in cui prestigiosi accademici hanno dibattuto sul tema di un ipotetico “esposto finale” sulla base della precisa domanda “quale massima provereste a comunicare al mondo se sapeste di avere un’ultima possibilità di farlo?”.

“Non lamentatevi. Lavorate più duramente. Non cedete. L’oro migliore è quello che giace in fondo ai barili di bratta”.

Prima di parlare, Pausch ha ricevuto una lunga standing ovation da una platea di oltre 400 persone tra colleghi e studenti.

“Sto per morire e mi sto divertendo. E continuerò a divertirmi ogni giorno che ancora mi resta da vivere. Perché non c’è un altro modo per farlo”.

Durante la lezione, Pausch è stato ottimista e divertente, alternando battute ironiche a prospettive su informatica ed ingegneria e dimostrando efficacemente come mantenere collaborazioni multidisciplinari, lavorare in gruppo ed interagire con altre persone, offrire ispirate lezioni di vita ed essere brillanti nelle esposizioni. Questo è il video con i sottotitoli in italiano della sua “Last Lecture”:

Monologo di Jodorowsky: Por Osmar

Mi piace sviluppare la mia coscienza per capire perché sono vivo, che cos’è il mio corpo e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell’universo. Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili e si crea false forme di condotta plagiata da personalità importanti. Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità, ma per come si sono evolute interiormente. Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio, il cui cuore critica gli altri senza sosta, la cui sessualità vive insoddisfatta, il cui corpo si intossica senza saper apprezzare di essere vivo. Ogni secondo di vita è un regalo sublime. Mi piace invecchiare perché il tempo dissolve il superfluo e conserva l’essenziale. Non mi piace la gente che per retaggi infantili trasforma le bugie in superstizioni. Non mi piace che ci sia un papa che predica senza condividere la sua anima con una “papessa”. Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne. Mi piace collaborare e non competere. Mi piace scoprire in ogni essere quella gioia eterna che potremmo chiamare dio interiore. Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo esecutore. Mi piace l’arte che serve per guarire. non mi piacciono le persone troppo stupide. Mi piace tutto ciò che provoca risate. mi piace affrontare, volontariamente, la mia sofferenza con l’obiettivo di espandere la mia coscienza.

Quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.

Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare.
Piero Angela ha detto un giorno è difficile essere facili. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare.
Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare per togliere, senza rovinare la scultura?
Togliere invece che aggiungere potrebbe essere la regola anche per la comunicazione visiva a due dimensioni come il disegno e la pittura, a tre come la scultura o l’architettura, a quattro dimensioni come il cinema.
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. Questo processo porta fuori dal tempo e dalle mode, il teorema di Pitagora ha una data di nascita, ma per la sua essenzialità è fuori dal tempo. Potrebbe essere complicato aggiungendogli fronzoli non essenziali secondo la moda del momento, ma questo non ha alcun senso secondo i principi della comunicazione visiva relativa al fenomeno.
Eppure la gente quando si trova di fronte a certe espressioni di semplicità o di essenzialità dice inevitabilmente questo lo so fare anch’io, intendendo di non dare valore alle cose semplici perché a quel punto diventano quasi ovvie.
In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima.
La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.

Bruno Munari, Verbale Scritto 1992

Funeral Blues

Stop all the clocks, cut off the telephone,
Prevent the dog from barking with a juicy bone,
Silence the pianos and with muffled drum
Bring out the coffin, let the mourners come.

Let aeroplanes circle moaning overhead
Scribbling on the sky the message He is Dead.
Put crepe bows round the white necks of the public doves,
Let the traffic policemen wear black cotton gloves.

He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last forever: I was wrong.

The stars are not wanted now; put out every one,
Pack up the moon and dismantle the sun,
Pour away the ocean and sweep up the woods;
For nothing now can ever come to any good.

W.H. Auden

1927

“Lo porti all’accettazione” disse scrivendo in fretta.
“Che cos’è?”
“Una richiesta”
“Per che cosa?”
“Per la clinica delle malattie polmonari”
“Sarebbe?”
Mi degnò di uno sguardo fuggevole. Alzò gli occhiali sulla fronte e riprese a scrivere. “Ha una macchia sul polmone destro. Voglio un accertamento”
“Una macchia?” Mi sentivo soffocare. La stanza si era fatta improvvisamente troppo piccola.
“Cancro?” suggerì Baba con indifferenza.
“Possibile. In ogni caso è una macchia sospetta” rispose il dottore a bassa voce.
“Non ci può dire qualcosa di più?” insistetti.
“No. Prima serve una TAC, poi una visita dallo pneumologo. Ha detto che suo padre fuma, vero?”
“Sì”
Annuì con aria pensierosa. “Vi chiameremo tra un paio di settimane”
Com’era possibile vivere per due settimane con la minaccia di una macchia sospetta?
Quella notte,aspettai che Baba di addormentasse, poi ripiegai la mia coperta e la usai come tappeto di preghiera. Chinando la testa sul pavimento recitai i versetti del Corano mezzo dimenticati che il mullah ci aveva fatto studiare a memoria a Kabul, e chiesi misericordia a un Dio della cui esistenza non ero certo. In quel momento invidiai il mullah, invidiai la sua fede e la sua certezza.

Il secondo pneumologo era iraniano e Baba accettò di farsi visitare. Il dottor Amani, un uomo con i baffi a manubrio e una folta crineria di capelli grigi, parlava con dolcezza. Ci disse che aveva studiato i risultati della TAC e che era necessario procedere con la broncoscopia. Avrebbero prelevato un frammento di massa polmonare per fare una biopsia. Prendemmo appuntamento per la settimana successiva. Lo ringraziai e, mentre uscivamo dal laboratorio, pensai che questa volta avrei dovuto convinvere per un’intera settimana con la parola massa, ancora più sinistra di macchia. Avrei desiderato che con me ci fosse Soraya.

Scoprii che, come Satana, il cancro ha molti nomi. quello di Baba si chiamava microcarcinoma. Diffuso. Non operabile. Baba chiese la prognosi al dottor Amani. Questi si morse il labbro e usò l’aggettivo grave. “Naturalmente c’è la chemioterapia,” aggiunse “ma sarebbe soltanto un palliativo”
“Che cosa significa?” chiese baba.
“La malattia progredirebbe comunque, solo più lentamente”.

Per qualche tempo neppure il cancro tenne Baba lontano dal mercato delle pulci. Facevamo tutto come al solito. Come se fosse ancora importante. Come se il giorno in cui avrei perso mio padre non si stesse avvicinando inesorabilmente.

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