Non fosse tagliata, lo riterrei un ottimo caso. Indubbiamente però è il mio primo panning soddisfacente!
In fotografia, il panning è una tecnica utilizzata per riprendere soggetti in movimento mantenendo l’impressione di dinamismo dell’immagine. L’effetto ottenuto si può intendere, in un certo senso, come il contrario del mosso: nel mosso, il soggetto in movimento appare sfumato o confuso, mentre lo sfondo (immobile) appare nitido; col panning, invece, il soggetto appare (più o meno) nitido mentre è mosso lo sfondo. Entrambe le soluzioni trasmettono l’impressione del movimento, ma la seconda ha il vantaggio di rappresentare chiaramente il soggetto, a cui va, generalmente, l’interesse dell’osservatore. Un panning può essere chiamato tale quando nello sfondo si riesce a percepire una direzione di movimento ben definita. Fonte: Wikipedia
E’ una foto vecchia, malfatta, pallida, ma ancora oggi mi emoziona.
E’ che è proprio Genova questa foto. E’ tutti quei giardini pensili coltivati come fossero terre, è una camicia a quadri e un magliotto per uscire fuori, è il mare dietro con il porto davanti. E’ puro e semplice romanticismo. Almeno per chi ama davvero questa città.
Il mercoledi delle ceneri è il primo giorno della Quaresima, per i cristiani il primo giorno del periodo penitenziale. Quelli di Bussana si erano preparati bene, avrebbero osservato il digiuno, aspettando la Pasqua. Era il 23 febbraio del 1887 e Bussana era un paese abitato come tanti. Un paese su quelle che in Liguria chiamiamo un po’ alture, ma in fondo era il primo entroterra che si incontrava salendo dal mare di Sanremo. Abitato come tanti, ma con una storia e una struttura decisamente affascinante: a 8 km a nord est di Sanremo, Bussana era un borgo medievale, arroccato su una collina rocciosa circondata dalla macchia mediterranea
Alle 6.21 molti di loro erano nelle case, nelle strade, alcuni già nella chiesa. Ma crollò il tetto della chiesa, quasi tutti furono vittime, e le case, le case crollano rotolando nelle piccole crose le loro ferite. Era un terremoto, violento, che avrebbe per sempre segnato il loro destino e quello del paese. Venti secondi soli e il paese fu distrutto. Ci fu chi si accampo alle pendici della collina, volevano capire, recuperare, ricostruire. Ma fu una commissione, già ai tempi tesa a speculare sui beni immobiliari convinse tutti che no, la situazione era tragica, la pericolosità della zona ingente, che bisognava trasferirsi a valle. Le autorità imposero il loro potere ai contrari e due anni dopo venne posata la prima pietra di Bussana, quella che venne poi chiamata Bussana nuova. I dissidenti rimasero fino al 1894 al massimo, dopo di che il paese fu abbandonato, e prese il nome di Bussana Vecchia. I Bussanesi se ne andarono insieme a Dio nello stesso modo in cui un giorno erano stati privati della loro terra, celebrando la Messa. Divenne terra di nessuno, un deposito a buon mercato di materiali da stoccaggio prima, riparo degli immigrati meridoniali dopo la seconda grande guerra. Costoro vennero allontanati dall’amministrazione sanremese e per farlo venne imposta la distruzione forzata di ciò che rimaneva di Bussana, della vecchia Bussana.
Già non molti anni dopo in realtà alcuni artisti scoprono il villaggio. Clizia, al secolo Mario Giani, fonda una comunità che si stabilisce in un luogo decadente, di meravigliosa ispirazione. Insieme all’amico pittore Vanni Giuffrè, Clizia tenta nel 59 di sancire una Costituzione che regoli la vita del villaggio. Le rovine infatti non sono più di proprietà di nessuno, chi vuole stabilirsi nel paese puo farle, dissero, purchè ristrutturi il proprio rudere con materiali esclusivamente presenti sul posto e ne usufruisca per sole finalità artistiche. Per subentrare a un inquilino che abbandonava la casa, bastava rifondergli le sole spese di ristrutturazione, se invece la casa fosse stata abbandonata per più di tre anni, sarebbe tornata alla comunità che ne avrebbe disposto nuova assegnazione. Ai tempi non era consentito vendere le proprie opere o aprire atelier sul posto. Gli abitanti di Bussana Vecchia stavano in un pugno, saranno stati una dozzina, e la costituzione funzionava. Smise di farlo quando agli abitanti parse inaccettabile dividere il proprio duro lavoro di ristrutturazione con l’intera comunità, ma risolsero ancora brillantemente, aprendo una galleria che raccoglieva le opere di tutti gli artisti del villaggio e mantenendo spazi comuni con l’apporto di tutti.
Clizia abbandonò il villaggio nel 1963, il paese nel frattempo era abitato solo stagionalmente, ma gli artisti crescevano e raggiunsero la trendina con il 68. Gli artisti e i liberi pensatori ora erano internazionali, a Bussana Vecchia non si parlava più solo l’italiano e il francese, ma anche l’inglese e il tedesco.
A quelli di Bussana Nuova, i cui padri si erano trasferiti nella città, tra i muri freddi e i fumi, non andava giù poi tanto. Lassù cominciavano invece le prime divergenze, il gruppo si divide, e poi nasce il primo atelier individuale. Quelli di Bussana nuova non si lasciano scappare l’opportunità, osteggiano la ripopolazione, fanno sgomberare nello stesso anno, quelli di lassù si ricompattano, per necessità, fanno barricata e il villaggio si ricompatta nonostante le tensioni. Gli stagionali non sentono la necessità di acqua corrente e corrente elettrica, di gallerie e atellier. Gli stanziali si. Sono gli anni settanta a dare un colpo di scopa ai problemi interni, la proprietà privata si delinea sempre più come una necessità, per quanto in netto contrasto con la costituzione iniziale. Il tutto mentre i nuovi “Amici di Bussana” cioè i discendenti di coloro che dalla vecchia giunsero alla nuova Bussana, ora volevano riappropriarsi dei propri spazi.
Il turismo si accorge di Bussana, è un turismo di èlite, ma gli stanziali sfruttano il mercato con opere artistiche e di artigianato, d’altronde loro devono contare su questi proventi. Nel 74 l’acquedotto si allaccia al paese e due anni dopo, di comune intento, viene fondato il Comitato del Borgo di Bussana Vecchia: riconosciuto ufficialmente dal comune di Sanremo e dall’amministrazione di Bussana Nuova, porta corrente elettrica, boom economico speculativo sul turismo e conseguente abbassamento qualitativo della produzione artistica. Se nell’82 Sanremo si interessa al luogo, non più villaggio, per ristrutturarlo, due anni dopo la Finanza stabilisce che gli edifici erano di proprietà dello Stato, gli abitanti avrebbero potuto comunque fare richiesta per attribuzione della proprietà per usucapione, ma la burocrazia fa il suo corso solo per pochi. La lotta si protrae ancora oggi, tra turismo e l’istituzione del Laboratorio Aperto, a colpi di decreti e carte bollate i residenti.
Oggi Bussana Vecchia è una meta di turismo ma non troppo, si riesce a passeggiare nei suoi carugi senza incontare anima viva, o incontrato solo gatti, cani liberi, e un vecchio lama. Conserva la sua struttura medievale, a pigna, e porta i bei segni dell’Ottocento che ha vissuto. La chiesa, distrutta, è visibile solo dall’esterno, in quanto pericolante, ma ancora visibili sono gli stucchi originali e il campanile simbolo del villaggio in quanto miracolosamente scampato al sisma.
E’ un luogo per lo spirito prima del corpo, della creatività, prima ancora del pensiero. Camminando si ha davvero la sensazione che sia stato fatto tutto il possibile, tra la speculazione e il necessario bisogno di progredire, per mantenere genuino il modus vivendi, pochi segni della tecnologia, pur presenti, molta ospitalità, poche persone per la strada (sono stata fortunata) con cui è piacere dare saluto, porte lasciate aperte e grandi risate da ogni giardino.
Il post è lungo, lo so, ma questa volta mi andava di fare cosi..
Voglio affacciarmi da una finestra di foglie verdi, con dietro il cielo blu blu.
Voglio affacciarmi e non vedere niente davanti con tutto potenzialmente tra le mie mani.
Affacciami e vedere colore. Voglio che davanti ci sia l’infinito, la purezza di domani, e sotto i miei piedi ciò che di bello ho costruito.
Voglio affacciarmi da questa finestra e portaci chi voglio io, ma solo se bendato.