Adoro l’assurdo, ciò che (non)è. Adoro la poesia. Amo i film che raccontano la grammatica della vita, nelle nevrosi, nelle esasperazioni, nelle esagerazioni, nelle metafore. Mi piace il cinema e amo molti film, non assurdi, ma quelli che io chiamo a sproposito tali. Non necessariamente sono famosi (alcuni lo sono), in questo caso non mi interessa tracciare una filmografia universale (non ne sarei comunque capace). Ma solo una personale rassegna di ciò che al momento continua ad ispirarmi.
In ordine sparso.
Time (Kim Ki-duk, 2006)
V per Vendetta (James McTeigue, 2005)
Me and You and Everyone We Know (Miranda July, 2005)
Fur: an imaginary portrait of Diane Arbus (Steven Shainberg, 2006)
Un viaggio chiamato amore (Michele Placido, 2002)
The Butterfly Effect (Eric Bress, J.Mackye Gruber, 2003)
Crash (Paul Haggis, 2004)
Tempi Moderni (Charlie Chaplin, 1936)
Lost in Translation (Sofia Coppola, 2003)
Fight Club (David Fincher, 1999)
Le fabuleux destin d’Amélie Poulain (Jean-Pierre Jeunet, 2001)
Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano è un film di François Dupeyron presentato a Venezia nel 2003 ambientato nella Parigi degli anni Cinquanta. E’ un viaggio delicato e meraviglioso oltre il tempo e lo spazio. La storia narra di Momo, un ragazzino ebreo, figlio di un padre assente e depresso, e di Ibrahim, turco di origini, ma parigino di adozione, padrone dell’emporio di quartiere dove Momo è solito fare la spesa, non sempre pagando il totale dovuto. Ibrahim sembra non vedere i piccoli furti, ma capisce il piccolo più di ogni altro, e presto riesce a instaurare un rapporto di profonda amicizia tanto da portarli, una volta morto il padre, a diventare padre e figlio tramite adozione.
Omar Sharif interpreta la parte di Ibrahim in modo straordinariamente convincente e sembra aver cesellato il ruolo di Ibrahim con grande passione e consacrazione. In effetti tra i due nasce presto un inaspettato quanto realistico confronto non solo tra generazioni, ma anche tra cultura e religioni spesso divise più dal senso comune che da reali dogmi. Un confronto che diventa insegnamento per entrambi e per lo spettatore.
Momo è interpretato da Pierre Boulanger , un giovane attore davvero espressivo. Il suo personaggio riesce, grazie alle impensate cure del negoziante Ibrahim, ad apprendere tutti quei valori che un padre frustrato e gretto, non è mai riuscito a trasmettergli, immaginando piuttosto un figlio mai esistito, ma perfetto, tale da alleviare le sue pene e le sue mancanze nell’educazione di Momo. Una situazione che aveva fortemente condizionato Momo, che avrebbe poi così odiato un fratello forse mai esistito, comprato la sua prima volta rompendo il suo salvadanaio e rifiutato una madre negligente che sarebbe poi tornata dopo anni.
Il film è costituito da un primo tempo apparentemente molto statico, ma ciò nonostante decisamente ritmato e brillante, che si svolge nel triangolo che intercorre tra la casa di Momo, la bottega di Ibrahim e la strada dove Momo osserva ragazzine e signore, e da un secondo tempo, apparentemente più dinamico che racconta il viaggio iniziatico che Ibrahim offre a Momo e che porterà a un finale forse, nel complesso del film, non troppo convincente, ma comunque formativo.
Di fatto Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano secondo me è un film piacevole e perfino divertente, nuovo nel suo genere, che conquista per la sua già detta freschezza che permette di raccontare una storia limpida impreziosita da piccoli fiori di saggezza, da coltivare e rendere fertili, tratti dalla lettura del Corano che riescono a mostrare un aspetto nuovo della religione mussulmana.
Tuttavia la battuta più volte ripetuta da Ibrahim “So cosa dice il MIO Corano” fa capire che non è tanto la religione canonica, sia essa cristiana o musulmana, a fare di una persona un uomo, ma che la felicità e la saggezza dipendono da noi stessi siccome solo dentro noi stessi, noi possiamo cercare e trovare la dottrina da seguire per essere liberi.
La regia da prova dello stile leggero con cui raccontare questo viaggio, simbolo di cambiamento e formazione, grazie alle frequenti situazioni divertenti (come l’esame di guida del buon Ibrahim) e all’uso dell’inquadratura a mano libera. La colonna sonora e l’insieme delle tonalità calde, ma colorate, rendono questo film sulla tolleranza, la comprensione e la riflessione, un prodotto di qualità da conservare e rivedere in silenzio, magari per risollevarsi da tempi cupi.
Ricordo ancora chi due anni fa mi prestò i tre volumi della graphic novel di Marjane Satrapi. Li divorai, io che i fumetti li leggo poco e per quanto mi piacciano, riescono prima a stancarmi.
Poi esce il film, non vedo l’ora, lo vedo e lo rivedo, e me ne innamoro quanto e più di prima, cioè quando avevo letto i fumetti, appunto. E tanto.
Ho letto che non è adatto a un pubblico di bambini. Strano, io dopo averlo visto, ho proprio pensato quanto potesse essere utile nella sua semplicità, ma nella sua fedeltà, agli occhi di un bambino. Io a mia figlia lo farei vedere, voglio dire. Il linguaggio è a tratti un po’ colorito, e la storia non è certo delle più leggere, anzi. Ma è reale.
Marjane Satrapi ha disegnato il film, in collaborazione col regista Vincent Paronnaud, rendendolo quindi del tutto fedele alla storia originale, autobiografica, che la racconta dall’infanzia trascorsa in Iran fino all’età adulta.
Marjane ha nove anni quando inizia il suo racconto. E’ precoce, illuminata, impavida, ricettiva. Il suo popolo è distrutto dal potere dei fondamentalisti che impongono il buio con il velo, le minacce, la censura e la morte. Majane scopre gli Abba, poi gli Iron Maiden e il punk, la persecuzione contro la propria famiglia e l’esecuzione dello zio. E i bombardamenti. E l’esilio. Per la propria sicurezza e la propria cultura, Marjane vola in Europa al compimento dei suoi quattordici anni. L’Austria sarà il confronto con l’adolescenza, con i pregiudizi e con i propri valori.
Il racconto di Marjane è testimone dei grandi eventi che vanno dal potere tirannico dello Scià a quello oppressivo dei Guardiani della Rivoluzione, in una narrazione sociale che commuove e coinvolge.
Marjane Satrapi con ironia ed eleganza riesce a tracciare una storia che non si imprigiona in se stessa: il disegno rilancia, il bianco e nero è neorealistico, e il raro colore espressionistico.
E’ un film, e prima di tutto una graphic novel, ottimamente riuscito, una perla intensa, avvincente e brillante, dotata di una solida sceneggiatura che interseca dialoghi intelligenti a folgoranti trasposizioni mentali (come l’urlo di Marjane che si prende i tratti di Munch).
In definitiva un piccolo capolavoro, struggente e splendido, che insegna e scuote. O una piccola opera d’arte che per parafrasare Pirandello, forza un sorriso, mentre nasconde una lacrima.
Citazioni a caso
Whatever creativity is, it is in part a solution to a problem. — Brian Aldiss