L’Aquila: 6 aprile 2009-6 aprile 2010.
E’ trascorso un anno esatto dal giorno del terremoto che ha colpito l’Aquila e l’intero Abruzzo. Oggi si sprecano (o no, dipende dai punti di vista) parole, sentimenti, ricognizioni. Sento di voler dire qualcosa anche io, anche se il mio contributo è senza nessuna pretesa, un po’ scoordinato, ma molto sentito.
Si dice che sia doloroso vedere una città piegata su se stessa dalla natura, vero, in questo anno e soprattutto nei primi mesi però io ho pensato che fosse ancor più doloroso vedere quella città piegata ed umiliata sotto la comunicazione istituzionale, sotto le politiche di recupero di dubbia portata, sotto campagne personali per il proprio guadagno. Ammetto di non essere una che con costanza riesce a seguire certi fatti della ns nazione, leggo il giornale, guardo qualche tg, consulto soprattutto ansa.it; ma per l’Abruzzo mi sono sentita immediatamente coinvolta e ho cercato di seguire e capire, trovando le fonti che meno mediate da istituzioni e bandiere hanno cercato di raccontare e spiegare la verità. Questo post non vuole pertanto essere un’ipocrita candela che nulla aggiunge alla realtà, se non inutile rumore tra le pagine web: di quello ce n’è già troppo in tv, su Facebook, nelle parole di chi ha potere di dire. Questo post è il mio contributo a cercare di diffondere quella che io credo essere la realtà.
La forza per gli abruzzesi, quella sono certa l’abbiano già da soli, l’abbiano letta nella solidarietà dimostrata dal popolo italiano, perchè c’è stata, e possano trovarla negli sguardi amici e nel proprio cuore. La speranza viene invece anche dalla conoscenza, perchè questa possa dare strumenti e voce ai fatti che devono e non dovrebbero esistere, affinchè forse si riesca davvero a (ri)costruire.
Dai primi giorni dopo il terremoto – un terremoto che forse avrebbe potuto avere esiti diversi se tutta la faccenda di Giampaolo Giuliani fosse stata gestita diversamente – il premier Silvio Berlusconi rassicurava: L’Aquila verrà ricostruita, subito, siamo pronti, abbiamo il progetto. Forse non aveva tutti i torti, nel senso che alludeva a una nuova Aquila. Di fatto, la verà città, devastata e mostrata su tutti i giornali del mondo, venne blindata. Una precauzione giusta, ma a tutt’oggi la situazione è poco diversa. La popolazione viene interdetta all’area, e va bene, ma la gente viene sempre più allontanata. Dopo dieci mesi ancora oltre 16mila persone sono sfollate in alberghi lontani km dalla propria città. Questo non è giusto. Coloro che sono restati sono accolti nei campi tenda che vengono preparati con velocità. Restano in città, ma distratti da televisori e spettacoli, non possono ricevere visite fuori programma o rientrare in tenda dopo una cert’ora. Sembra che si cerchi di non farli pensare. Ai TG si dice che all’Aquila si lavora, lo vediamo noi e gli sfollati, non gli audaci che restano. Per la prima volta nella storia dei terremoti italiani, la protezione civile gestisce la costruzione degli alloggi definitivi. L’inverno è alle porte, e all’Aquila si sa, non è neppure mite. Vengono localizzate le aree da espropriare, comincia la confusione: comuni, amministrazione, deroghe alle leggi dello stato. Si corre in nome di tempi ristretti: diciannove aree lontane una dall’altra prenderanno forma, trasformeranno l’Aquila in una città smembrata? Inevitabile, diranno alcuni. Berlusconi invece dice che a fine settembre sono tutti nelle case con un tetto sulla testa, ma poi non accade. Io lo leggo da Miss Kappa e da altri fonti, ma i TG non dicono più nulla. Come mai? I tempi slittano, un po’ perchè costruire abitazioni per tutti in cosi poco tempo è davvero impossibile, un po’ per via del G8 spostato da La Maddalena a L’Aquila. Comunque si costruisce, la protezione civile non fornisce dati siccome non è tenuta a farlo, pare. A fine ottobre non si può restare nelle tende: chi voleva restare vicino alla famiglia, ad un lavoro che era riuscito a non perdere, non può più farlo: lo stato obbliga ad andare via. Negli hotel, ma anche nelle tende, gli sfollati costano più di 1500 euro al mese a persona. E le case definitive, chiamate C.A.S.E., di cartongesso e montate su piastre antisismiche, costano più di 2500 euro al mq. Io non me ne intendo troppo, ma mi dicono tutti che sia molto. Tutto il denaro dello stato per il terrmoto in Abruzzo viene messo sulle C.A.S.E. e sulla gestione dell’accoglienza degli sfollati. Il progetto della nuova Aquila, spacciato per risolutivo, sistemerà in realtà, quando sarà terminato (e ad oggi, aprile, non lo è) solo 17.000 cittadini. Ma i senza casa sono 50.000! Inoltre, siccome il denaro è riservato solo alle new town, il ripristino della città, delle abitazioni senza gravi danni strutturali non inizia. Il tessuto sociale si sbriciola, la storia e la cultura muoiono, spariscono. E’ il terrore che l’Aquila diventi una nuova Pompei. Il progetto sembra esser stato quello di disgregare la comunità. E forse dico, ci sono riusciti benissimo. Non favorendo la ripresa delle attività produttive, non riaprendo il centro storico, altro non hanno fatto che frantumare il tessuto sociale. Lo smembramento delle comunità, praticato all’indomani del terremoto, viene perpetuato in tutti i mesi a venire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l’antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambierà e subito. Ma tutto resta fermo, la città è quasi disabitata, solo le C.A.S.E. fuori dal centro si muovono, colorate come lego, ma per pochi. Perchè con ancora 40.000 persone fuori senza casa, l’emergenza viene dichiarata chiusa. Facile criticare, dirà sempre quel qualcuno: se non fai, critichi.
No, è che io ho letto. Ho cercato. Ad esempio, forse non tutti sanno (e so che è cosi, me ne sono meravigliata col tempo) che le casette di Onna presentate dal premier Berlusconi a una puntata di Porta a Porta non sono state finanziate dallo stato e dalla protezione civile. Però così è sembrato vero? I M.A.P. (moduli abitativi provvisori) sono stati invece donati dalla provincia di Trento, dalla raccolta fondi della Croce Rossa e dalla Germania al comune di Onna. 92 casette, sufficienti per tutti gli sfollati di quella città. Hanno fatto i conti prima, e non dopo come per per le C.A.S.E. Berlusconi offriva spumante agli Onnesi quando io avevo visto le foto di un cartello cambiare: prima si dichiarava che le case fossero state donate da chi ho scritto prima, in seguito hanno aggiunto una riga sulla protezione civile. Lontano dalle telecamere i manifestanti, ma anche quelli non li hanno fatti vedere. Noi li possiamo vedere qui. Quel progetto, concettualmente inverso a quello di Berlusconi, aveva funzionato. Ma a presentarlo c’era lui. Strano, patetico e orribile.
La gestione dell’emergenza è stata fallimentare. Le conseguenze sono davanti agli occhi. Le mani forti, di ferro, non hanno permesso la partecipazione dei cittadini, senza nemmeno contemplare un po’ di trasparenza in cambio. Uno stato di emergenza protratto ad arte ha determinato sorti di sfortunati per usarli a copertura di oscuri disegni, c’è chi dice che a Mr. B. queste new town piacciano davvero, che le porterebbe ovunque, per avere tante Milano 2 3 e 4. Chi si ribella, chi dice queste cose, viene accusato da tutti, dagli italiani stessi che credono alla tv – poichè ad arte gli è stato dato da credere un progetto di case arredate e corredate per tutti-. Così, ci si dice che ci lamentiamo per avere sempre di più, per avere più di quanto hanno avuto altri, che non ci va mai bene niente, che allora se erano nelle tende era peggio. Bè io credo che i cittadini non avrebbero voluto la morte della propria città. La soluzione era quella di Onna. Moduli provvisori per tutti, subito. Questi si costruiscono e si montano in fretta, costano 500euro al mq contro 2400 delle C.A.S.E. Per i moduti temporanei non occorrono pilastri antisismici, ma sono sicuri, sono confortevoli perchè la tecnologia ci è amica. Gia da luglio forse gli aquilani avrebbero potuto tornare a vivere e cominciare a ricostruire la propria vita nella propria città. I cittadini attivi avevano chiesto che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili. Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo nel complesso di una C.A.S.A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma hanno voluto costruire lo stesso le nuove C.A.S.E. , ventiquattro ore al giorno, spendendo tutti i soldi che c’erano davvero – oltre 700 mil. di euro – e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su, in tutta fretta, insediamenti che saranno definitivi, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l’inverno alle porte, è restato fermo. Il riparabile non è stato riparato, il centro storico è immerso in un silenzio spettrale. L’economia non sarebbe morta del tutto. Bambini e ragazzi avrebbero continuato le scuote. Le C.A.S.E. sono pochissime, e non per tutti. I M.A.P. avrebbero garantito almeno vent’anni di autonomia, anni in cui il denaro rimasto avrebbe potuto aiutare la ricostruzione della città che invece ad oggi è ancora morta.
Qualche fonte che io consiglio:
- Action Aid: in 9 puntate uno speciale: L’Aquila a pezzi. Da vedere. Ho raccolto i video in una playlist.
- Miss Kappa: una che le cose le ha viste e raccontate, con lucidità e trasparenza, da dentro.
- Il paese è reale – L’Aquila: fan page su Facebook che raccoglie informazioni e notizie
- 3:32: Blog della rete cittadina no-profit, apartitica ed autogestita, nata a seguito del sisma.